MERCE DA RE

..viviamo in un epoca in cui molti sono in grado di realizzare imprese meravigliose quasi dal giorno alla notte, di toccare vertici di successo un tempo inimmaginabili.
Prendete per esempio Steve Jobs. Era un ragazzo in blujeans senza un soldo in tasca ma aveva un idea ed ha creato l’APPLE in un tempo straordinariamente breve.
Guardate Ted Turner, ha creato un impero partendo da un mezzo di comunicazione all’epoca pressoché sconosciuto. Oppure personaggi dello spettacolo come Steven Spealberg o Bruce Springsteen
o ancora uomini d’affari come Joe Iacocca o Ross Perot.
Che cosa hanno in comune questi uomini?
La risposta è IL POTERE.
Potere è una parola gravida di emozioni. Per alcuni ha una connotazione negativa, c’è chi lo brama mentre altri se ne sentono contaminati come se si trattasse di qualcosa di corrotto e sospetto.
E per voi cos’è esattamente il potere?
Io non intendo il potere come conquista o come qualcosa da imporre: questo è un tipo di potere che raramente dura a lungo. D’altro canto , bisogna arrendersi all’evidenza: il potere in questo mondo è una costante. O voi realizzate le vostre idee o qualcun’altro lo farà AL VOSTRO POSTO.
Fate quel che volete fare oppure dovrete adeguarvi ai programmi che altri elaborano per voi.

Il vero potere è condiviso non imposto . Consiste nella capacità di definire i bisogni umani e nel soddisfarli, sia i propri che quelli delle persone care; consiste nella capacità di governare il proprio personale reame, i propri processi mentali, il proprio comportamento allo scopo di ottenere esattamente i risultati desiderati.

La nostra non è più una cultura primariamente industriale bensì una cultura della comunicazione.
nella nostra epoca, nuove idee, movimenti e concetti trasformano il mondo quasi quotidianamente, che si tratti della fisica dei quanti oppure di faccende terra terra come gli hamburger meglio commercializzati.
Se c’è qualcosa che caratterizza il mondo moderno è il massiccio quasi inimmaginabile flusso di dati e informazioni.
Nella nostra società, coloro che sono in possesso dell’informazione e dei relativi mezzi per comunicarle hanno ciò che un tempo possedevano i Re: potere illimitato.
L’aspetto interessante è che oggi la chiave del potere è da disposizione di tutti noi.
Ma allora, se è vero che l’informazione ed i relativi mezzi di comunicazione sono a disposizione di tutti: come si spiega che alcune persone riescono mentre altre si limitano a sbarcare il lunario?
Perché non tutti siamo dotati di potere, felici, ricchi, sani, coronati dal successo?
Il fatto è che persino nell’era dell’informatica, l’informazione non basta. Se tutto ciò di cui abbiamo bisogno fossero idee ed un modo di pensare concreto , da ragazzi tutti avremmo potuto realizzare i nostri sogni, i nostri progetti.
L’AZIONE, ecco il minimo comune denominatore di ogni grande successo.
L’azione è ciò produce risultati.
In fin dei conti “POTERE” significa letteralmente “ FACOLTA’ DI AGIRE”

I neuroni

La scoperta del neurone. Era il 1873 quando unainserviente di laboratoriobuttò per sbaglionella spazzatura un pezzodi cervello destinato aessere sezionato estudiato. Qualche oraprima, nella stessaspazzatura, loscienziato italianoCamillo Golgiaveva buttatodel nitratod’argento. Ilmattino dopo,recuperato ilpezzo di cervello,Golgi notò che iltessuto nervosoaveva assorbito ilcolorante allaperfezione, con ineuroni benvisibili in nero. Così Golgiscoprì unmetodo dicolorazione deltessuto nervoso(ancor oggi in uso)che gli permise di identificareper primo il neurone.Fece però un errorequando affermò che ineuroni formavano unarete continua di fibre. Inseguito lo spagnoloSantiago Ramón yCajal accertò cheogni neuronerappresentaun’unitàanatomicadistinta e che tradue neuroni c’èsempre un varco.
I due scienziati nel 1906 condivisero il Nobel per la scoperta del neurone.

IL NEURONE: LA CELLULA-BASE. Ma veniamo ai mattoni del cervello, i neuroni: cellule specializzate nel raccogliere, elaborare e trasferire impulsi nervosi. Dal loro corpo cellulare si diramano vari rametti, i dendriti, e un ramo più grosso, l’assone. I primi ricevono i segnali in arrivo, il secondo conduce i messaggi in uscita. Grazie a dendriti e assoni, il numero totale delle connessioni che i neuroni di un cervello umano riescono a stabilire supera il numero di tutti i corpi celesti presenti nell’universo.

L’esistenza di queste connessioni, o sinapsi, fu scoperta alla fine del XIX secolo dal fisiologo inglese Charles Scott Sherrington, anche se non si tratta di connessioni fisiche perché tra due neuroni si interpone sempre una microscopica fessura. Per superare questo varco, i segnali cambiano faccia: da elettrici, diventano chimici. La terminazione dell’assone rilascia sostanze, dette neurotrasmettitori, che sono raccolte dagli appositi recettori presenti sulla membrana della cellula-obiettivo.

Catturato il neurotrasmettitore, il messaggio chimico viene riconvertito in impulso elettrico. Per rendere il viaggio più veloce, sull’assone l’impulso procede a balzi. L’assone, infatti, è ricoperto da un materiale isolante chiamato “guaina mielinica”, che però lascia scoperti alcuni punti: i nodi di Ranvier. E “saltando” da un nodo all’altro, l’impulso raggiunge i 400 km/h.

I MESSAGGI CHIMICI. I neurotrasmettitori sono come parole di un linguaggio limitato ma molto complesso, composto da appena una cinquantina di vocaboli, ma capaci di fornire istruzioni dettagliate. Purtroppo non esiste ancora un vocabolario per tradurre i messaggi chimici, ma possiamo almeno raggruppare i neurotrasmettitori in due gruppi distinti: quelli ad azione rapida e quelli ad azione lenta.

Tra i primi troviamo molecole come l’acetilcolina, l’adrenalina, la noradrenalina, la dopamina, la serotonina: molecole di piccole dimensioni, che hanno il compito di provocare risposte immediate, dalla percezione di un profumo alla reazione (per esempio, un sorriso).

Del secondo gruppo fanno parte i “neuropeptidi” (i più noti sono la somatostatina e le betaendorfine): grosse molecole, lente ad agire ma capaci di indurre modifiche durevoli. Danno per esempio forma alle sinapsi, ma possono anche ridurre i recettori per un certo neurotrasmettitore, rendendo così i neuroni “sordi” a certi comandi.

La struttura del neurone. Un neurone, rivestito dalla guaina mielinica (fatta di cellule di Schwann e oligodendrociti). Il segnale va dai dendriti all’assone ed esce dalle sinapsi.

I ricordi? Sono percorsi “facilitati”. Abbiamo già visto che due neuroni, per comunicare, si scambiano sostanze chimiche che li inducono a generare particolari impulsi elettrici. Immaginate di ripetere questo processo milioni, miliardi di volte e avrete descritto, pur se in maniera semplificata, il trasferimento di un’informazione (visiva, acustica…) all’interno di un circuito neuronale del cervello umano. Ma questo che relazione ha con i processi di apprendimento, memorizzazione e ricordo?

Vediamo un caso semplice. Immaginiamo per esempio di cogliere un fiore mai visto prima e caratterizzato da un profumo piacevolissimo. Questo tipo di informazione viaggerà dalla mucosa olfattiva (la parte interna del naso che “sente” gli odori), lungo il nervo olfattivo, fino alla parte della corteccia cerebrale organizzata per analizzare e comprendere i profumi. Nel fare ciò, l’informazione attraverserà un numero enorme di sinapsi creando l’equivalente di un “sentiero” neuronale. Al ripetersi dell’esperienza, l’informazione viaggerà nuovamente lungo lo stesso percorso rinforzandolo ancora di più, proprio come il passaggio di molte persone in un bosco crea un autentico sentiero.

MEMORIE ACCOPPIATE. Questo processo, chiamato “facilitazione”, è, con tutta probabilità, la base fisica dei processi di apprendimento e memorizzazione: quando un’informazione è passata un gran numero di volte attraverso la medesima sequenza di sinapsi, le sinapsi stesse sono così “facilitate” che anche segnali o impulsi diversi, ma attinenti (per esempio il nome del fiore che ha un certo profumo) generano una trasmissione di impulsi nella stessa sequenza di sinapsi. Ciò determina nel soggetto la percezione dell’esperienza fatta in precedenza numerosissime volte, e cioè il sentire quel piacevole profumo anche se il profumo non viene in realtà “sentito”. Ecco generato il ricordo.

Lo stesso accade quando si cerca di memorizzare un nuovo numero telefonico o un nuovo numero del Bancomat: occorrerà ricomporlo più volte prima di fissarlo nella memoria. A meno che non si usino strategie di memorizzazione che legano il nuovo numero a percorsi già formati… sarebbe facile per esempio ricordare un numero come 191518 collegandolo al concetto “Prima guerra mondiale” (cominciata nel 1915 e finita nel 1918).

Se la corteccia cerebrale si potesse“stendere”, ecco che superficie avrebbe: 2.200 cm quadrati di pellicola sottile 2 millimetri.

Questo meccanismo spiega anche un altro piccolo mistero: perché mai, quando abbiamo imparato una canzone o una poesia, è così difficile recitarla partendo dalla seconda strofa e non dallinizio? Proprio perché l’intera memorizzazione fa parte di un percorso “facilitato”: solo imboccandolo dall’inizio si riesce a ripercorrerlo senza difficoltà.

Ovviamente il processo dell’apprendimento è molto più complesso.

SINAPSI IN COSTRUZIONE. Una cosa però è certa: alla base della memoria c’è la plasticità neuronale. Con queste parole si definisce l’abilità del cervello di plasmare se stesso attraverso il continuo rimodellamento delle sinapsi vecchie e la creazione di sinapsi nuove. Il cervello è infatti in costante rimodellamento, ed è proprio per questo che si deve mantenerlo sempre in esercizio per garantirne l’efficienza.

Certo, è legittimo pensare che l’apprendimento sia qualcosa di più della ristrutturazione di un certo numero di sinapsi… ma esiste una prova concreta che senza la plasticità neuronale non saremmo più capaci di apprendere. E nemmeno di imparare a memoria la “Vispa Teresa”.

Innanzitutto, una premessa: per essere “plastico”, il cervello deve poter fabbricare rapidamente nuove proteine. La semplice espulsione del neurotrasmettitore dall’estremità dell’assone richiede la presenza di proteine: il loro compito, in questo caso, è quello di spingere le vescicole piene di neurotrasmettitori in prossimità della membrana pre-sinaptica. Altre proteine hanno una funzione simile a quella delle gru nelle costruzioni edilizie: spostano i dendriti e gli assoni in nuove posizioni, dove possono connettersi con altre cellule prima fuori portata. Ebbene, è stato notato che l’uso di farmaci capaci di bloccare la sintesi proteica blocca anche apprendimento e memorizzazione. Il cervello, insomma, non impara se non modificandosi.

Tutto in otto mesi.

Durante la vita fetale, l’organismo produce non meno di 250 mila neuroni al minuto. Ma 15-30 giorni prima della nascita, la produzione si blocca e per il cervello comincia una seconda fase che durerà per tutta la vita: la creazione di connessioni tra le cellule.

In questo processo, le cellule che falliscono le connessioni vengono eliminate, tanto che al momento della nascita sono già dimezzate. La moria diviene imponente dai 30-40 anni quando, senza che l’organismo le sostituisca (la rigenerazione di neuroni è stata realizzata solo in laboratorio), le cellule cerebrali cominciano a morire al ritmo di 100 mila al giorno, circa 1 al secondo. Per fortuna non c’è un corrispondente declino mentale: la capacità di creare nuove connessioni preserva infatti le facoltà mentali acquisite.

Articolo tratto da: www.focus.it

Chi guida il bus?


La maggior parte degli individui non utilizza attivamente e soprattutto deliberatamente il proprio cervello: Il cervello è una potente macchina alla quale si sono dimenticati di inserire un interruttore provvisto della posizione OFF, e quindi è sempre e costantemente in funzione. Famelico di elaborazioni com’è , se non gli si da qualcosa da fare “lui” , per non annoiarsi, se lo inventa.
Se il cervello se ne sta li senza fare niente ad un certo punto comincerà a fare qualcosa e non pare che gli importi molto che cosa. A voi può importare ma a “lui” no.

Provate a fissare la lancetta dei secondi del vostro orologio con il preciso scopo di non pensare a nulla e tanto meno alla lancetta dei secondi che si muove. Partite a fare l’esperimento quando la lancetta passa sopra le 12 e fermatevi appena vi rendete conto che avete pensato a qualcosa: il colore della lancetta, la sua velocità oppure qualcosa che vi è venuto in mente e quant’altro.
Appena vi accorgete che avete pensato, immaginato sentito qualcosa fermate l’esperimento e guardate quanti secondi sono passati da quando avete cominciato. Rimarrete stupiti del tempo che siete riusciti a non pensare a nulla. (probabilmente una manciate di secondi).

Il nostro cervello è costantemente in elaborazione e detesta non fare nulla. Se prendiamo qualcuno e lo mettiamo in una camera di deprivazione sensoriale tutta bianca senza finestre con le pareti imbottite; un posto insomma che non permette esperienze sensoriali esterne ”Lui” ad un certo punto comincerà a creare esperienze interne assolutamente reali. Ad un certo punto potrà tranquillamente instaurare un bellissimo dialogo con delle voci che gli parlano.

Allo stato attuale possiamo dire che la maggioranza delle persone è come se stesse seduto sul sedile posteriore di un pullman dove alla guida non ci sia nessuno o peggio qualcun’altro che sicuramente non farà i nostri interessi.

Per molti il cervello è una macchina che a volte zoppica o funziona talmente male da portarci a dire
che non riusciamo ad apprendere, non riusciamo a capire, non riusciamo a fare e cos’ì via.

Il punto però è che non è il cervello che non funziona ma è il software che abbiamo inserito che non funziona al meglio.
Il nostro cervello è una macchina perfettamente funzionante, anzi, funziona persino troppo rapidamente ed questo a creare qualche problema. (naturalmente parliamo dei cervelli biologicamente integro con tutti i neuroni al loro posto).
Il cervello è una macchina condannata all’apprendimento (provate a dimenticare che 2×2 fa 4) e soprattutto condannato ad apprendere qualsiasi cosa gli si ponga davanti. A lui non interessa più di tanto cosa impara, a lui interessa solo imparare e lo fa ad una velocità impensabile.

Quando ci lamentiamo che non siamo in grado di memorizzare qualcosa in realtà evidenziamo solo la nostra incapacità di reperire le informazioni che precedentemente abbiamo introdotto.
E’ solo una questione di software.

 Al cervello non interessa se qualcosa ci può fare stare male o bene. Se a lui va di farci rivivere in tutta la sua completezza sensoriale l’ultimo litigio che abbiamo avuto con nostra moglie , fidanzata o chiunque altro noi la rivivremo in tutto il suo splendore anche dopo mesi o anni facendoci star male esattamente come la prima volta.

Questo non è forse la dimostrazione della “SUA” capacità di apprendimento e memorizzazione ?

Un altro grande, grandissimo problema relativo al cattivo uso del cervello riguarda il fatto che le persone sono convinte dell’immutabilità del proprio cervello e anche quando qualcuno pensa che sia modificabile è comunque convinto dell’enorme difficoltà da superare per ottenere un qualche cambiamento.
In realtà il nostro cervello è il nostro più veloce e fedele servitore. Basta solo sapere come impartirgli ordini, convincersi che “lui” è li per servirci ed il gioco è fatto.
Chiedetegli di fare qualcosa e “LUI” lo farà con estrema velocità e precisione.
Non chiedetegli di fare qualcosa e “LUI” si inventerà qualcosa da fare!

Il cervello: com’è fatto

L’encefalo umano è costituito dal cervello, dal tronco encefalico (le cui parti sono mesencefalo, ponte e bulbo) e dal cervelletto. Il cervello è diviso in telencefalo e diencefalo; la parte che comunemente si associa al cervello è quella più grande: il telencefalo, che ha forma ovoidale, con l’asse maggiore orientato in senso anteroposteriore, ed è suddiviso in due formazioni giustapposte e quasi identiche, denominate emisferi; l’emisfero destro controlla i movimenti e riceve le sensazioni del lato sinistro del corpo, mentre l’emisfero sinistro controlla i movimenti e riceve le sensazioni del lato destro del corpo. I due emisferi destro e sinistro, presentano altre significative differenze funzionali. Mentre la funzione di organizzare il linguaggio è un aspetto caratterizzante dell’emisfero sinistro, l’emisfero destro ha invece la capacità di percepire in modo globale un quadro, una mappa o un insieme di immagini, cogliendo i rapporti presenti tra gli elementi che li compongono. Il ruolo dominante dell’emisfero sinistro nei processi linguistici, sia scritti che orali, potrebbe erroneamente far pensare che questa zona abbia funzioni più importanti o “elevate” rispetto all’emisfero destro: numerosi studi hanno dimostrato invece come i due emisferi cerebrali sono entrambi molto importanti e presentino differenti specializzazioni specifiche, tutte fondamentali nella realizzazione dei processi cognitivi e nella costruzione del pensiero in senso lato. E’ interessante notare che, se una certa area del cervello viene distrutta (ad esempio in caso di ictus cerebrale)  in alcuni casi le funzioni mancanti vengono “compensate” da aree del cervello ancora sane.

Cervello ingegnere e cervello artista

Per comprendere facilmente le funzioni dei due emisferi, si può affermare grossolanamente che mentre l’emisfero sinistro del cervelloè “l’ingegnere”, quello destro è “l’artista”.

L’emisfero sinistro è specializzato:

  • nei processi linguistici;
  • nei processi sequenziali;
  • nella percezione-gestione degli eventi che si susseguono nel tempo;
  • nella concatenazione logica del pensiero; in altri termini;
  • nella gestione del rapporto causa-effetto;
  • nella percezione analitica della realtà.

L’emisfero destro è specializzato:

  • nell’elaborazione visiva;
  • nella percezione delle immagini;
  • nell’organizzazione spaziale;
  • nell’interpretazione emotiva;
  • nella creatività;
  • nell’empatia;
  • nella percezione globale e complessiva degli stimoli.

Contrari a paragone:

  • il destro è concreto, il sinistro è simbolico;
  • il destro è sintetico (unisce le parti formando un tutto), il sinistro è analitico (analizza il tutto nelle sue parti);
  • il destro vede somiglianze oggettive, il sinistro comprende le metafore;
  • il destro è “irrazionale”, il sinistro è razionale;
  • il destro è impulsivo, il sinistro è logico;
  • il destro trova soluzioni creative, il sinistro trova soluzioni lineari.

La dominanza degli emisferi del cervello

Un emisfero diventa dominante sull’altro quando svolge processi e funzioni che l’emisfero opposto non è in grado di gestire in modo altrettanto competente. Quando leggiamo, scriviamo o intavoliamo una discussione, la dominanza è riservata all’emisfero sinistro; al contrario quando disegniamo o guardiamo un’immagine, sarà l’emisfero destro ad avere dominanza su quello sinistro. Il cervello non va comunque inteso come scisso in due parti a se stanti: cervello poeta e cervello ingegnere sono strettamente connessi tra loro, caratterizzati da un continuo scambio di informazioni e messi in comunicazione tra loro da un grosso fascio di fibre nervose, il corpo calloso, che permette al cervello di integrare le elaborazioni delle varie aree.

Lesione in un emisfero specifico e sue conseguenze

L’importanza dei due emisferi e della loro interazione è dimostrata dal fatto che una lesione delle aree cerebrali responsabili dei processi linguistici, causa una perdita della capacità di parlare o di comprendere il linguaggio, facendo sì che una persona, pur riconoscendo visivamente un oggetto e sapendolo usare, non sia ad esempio in grado di descriverlo o di attribuirgli un nome. Un deficit o una perdita di funzionalità a carico dell’emisfero destro può impedire al soggetto di riconoscere volti noti così come oggetti conosciuti; la persona in questione potrebbe essere perfettamente in grado di spiegare verbalmente ciò che vede senza sapere minimamente di che cosa si tratti (può descrivere una caffettiera parlando della sua forma, della sua grandezza, del manico, del colore senza però riuscire a risalire alla sua utilità).

La dominanza varia anche in base allo scopo

In pratica, nessuno utilizza sempre e solo funzioni appartenenti all’uno o all’altro emisfero; il cervello umano sfrutta entrambi gli emisferi e le corrispettive specializzazioni, anche se, a seconda delle varie situazioni, vengono predilette modalità analitiche piuttosto che emotive e globali. Inoltre, è importante sottolineare come una stessa funzione mentale possa essere di competenza dell’emisfero sinistro o di quello destro a seconda di ciò che si vuole ottenere: i musicisti percepiscono la musica in due modi differenti: se vogliono lasciarsi trasportare dal suono e verificarne l’armonia “ascolteranno”, in modo inconscio, con l’emisfero destro; al contrario, se vogliono analizzare la melodia da un punto di vista tecnico interverrà, in modo automatico, l’emisfero sinistro.

Una teoria forse superata

Le teorie fin quei esposte, pur se in generale corrette, sono però “messe in crisi” da alcuni studi moderni, che sembrerebbero indicare un cervello meno “diviso” tra destra e sinistra. Per prima cosa, sebbene esistano delle differenze tra i due emisferi, non si può non considerare il ruolo del corpo calloso cioè quel sistema di fibre nervose appartenenti per la maggior parte alla sostanza bianca telencefalica, che svolge limportantissima funzione di connettere le aree perlopiù omologhe situate nelle due aree cerebrali. Le fibre nervose che uniscono i due emisferi rendono possibile l’integrazione dell’attività delle due metà del cervello, che lavorano in sinergia tra loro e con le altre strutture subcorticali: considerare la loro attività nettamente separata e attribuire loro ruoli differenti fornirebbe una rappresentazione falsata delle nostre abilità mentali, cosa confermata dal fatto che lesioni in una data area di un emisfero possono essere spesso ben compensate dalla parte omologa dell’emisfero opposto, se questa è sana. Ad esempio in pazienti con danni alle aree del linguaggio si è osservata una riorganizzazione funzionale attraverso l’utilizzo delle aree cerebrali limitrofe e delle aree omologhe dell’altro emisfero al posto di quelle danneggiate. Quindi nel caso di danneggiamento della base neurale di una ipotetica funzione psichica situata in un solo emisfero, non potremmo escludere che tale funzione si riorganizzi in quello opposto. Tutto ciò prende il nome di “neuroplasticità”: il nostro cervello, che fino a pochi anni fa veniva considerato “immutabile” dalla scienza, è in realtà pieno di… sorprese e di meravigliose capacità.

In definitiva, pur esistendo delle indubbie differenti specializzazioni nei due emisferi, sinergia è la parola chiave, come dire che non potremmo mai avere la creatività e l’arte dell’emisfero destro senza l’aiuto del sinistro e non potremmo egualmente avere la logica e la matematica dell’emisfero sinistro senza l’aiuto del destro.

Articolo tratto da: medicinaonline.co

Le tre malattie anti evoluzione

foto by freepick.com

Bloccarsi in un rigido e specifico modo di capire il mondo, quale che sia, è la causa di tre terribili malattie che affliggono l’umanità e a cui mi piacerebbe porvi rimedio.
La prima è “LA SERIETA’”. ( vedi mary poppins) Se uno decide di fare qualunque cosa va benissimo ma se vi prendete sul serio allora ecco che la cosa vi accecherà e diventerete terribilmente miopi e ottusi e questo potrà crearvi qualche problema con “l’altro”.

La seconda malattia anti-evoluzione è la “CERTEZZA”, la sicurezza. La certezza è quando la gente smette di pensare e di accorgersi di ciò che la circonda Ogni volta che vi sentite certi di qualcosa potete star sicuri che qualche elemento vi è sfuggito. Qualche volta può essere comodo e utile ignorare una certa cosa per qualche tempo, ma se siete assolutamente “CERTI” probabilmente la trascurerete per sempre. E’ facile farsi sorprendere dalla certezza. Anche chi è incerto solitamente e certo di esserlo. O è SICURO di essere SICURO o è SICURO di essere INSICURO.
E’ raro trovare qualcuno che sia incerto sui propri dubbi o incerto della propria certezza. Questa esperienza la si può creare ma di solito non la si incontra. Si potrebbe chiedere a qualcuno : “ sei abbastanza sicuro della tua insicurezza?
E’ una domanda stupida ma dopo che la si pone l’altro non sarà più sicuro.
La terza è più deleteria malattia è “L’IMPORTANZA” : e credere di essere importanti è la peggiore di tutte.
Non appena qualcosa diventa “IMPORTANTE”, ciò implica che altre cose no lo sono . L’importanza è un ottimo modo per giustificare la cattiveria o la distruttivi, o il fare qualsiasi cosa abbastanza sgradevole da aver bisogno di una giustificazione.

Queste tre malattie sono quelle che bloccano la maggior parte delle persone. Si può decidere che una certa cosa è importante ma non si riesce a prenderla sul serio fintanto che non si è SICURI che è importante.
A questo punto si smette completamente di pensare.

(testo tratto da Richard Blander)

Capire la confusione

foto tratta da freepik.com

Capire é un processo vitale per la sopravvivenza e l’apprendimento. Se in qualche modo non riusciste a dare un senso alla vostra esperienza vi trovereste in guai molto grossi. Ciascuno di noi ha circa un kilo e mezzo di materia grigia che può fare cose veramente fantastiche e strepitose ma non ha modo di capire niente in modo veramente completo.

Quando pensiamo di capire qualcosa, questa è sempre una definizione di ciò che non sapete. karl Popper l’ha detto bene: “la conoscenza è una raffinata dichiarazione di ignoranza”.

Esistono diversi tipi di comprensione ed alcuni sono molto più utili di altri:

Un primo tipo di comprensione vi permette di giustificare quello che fate, e vi fornisce delle ragioni per non riuscire a fare niente di diverso. “ le cose stanno così perché… ed è per questo che non si può cambiare nulla”.
Ai miei tempi si diceva “che scusa del cavolo”.
Gran parte di ciò che gli “esperti” dicono della schizofrenia o della difficoltà di apprendimento appartiene a questa categoria. Sono solo delle definizioni che possono fare colpo, ma che fondamentalmente si tratta di insiemi di parole che dicono “ “NON CI SI PUO’ FARE NULLA.”

Personalmente non sono interessato a modi di capire che portano ad un vicolo cieco.

Un secondo tipo di comprensione ci permette semplicemente di provare una sensazione piacevole “ Ahhhh”. E’ un po come una risposta condizionata come il cane di Maslow che salivava al suono di un campanello e tutto quello che se ne ricava e quella sensazione piacevole.
E’ il genere di cosa che che può portare a dire: “Oh si, l’IO è quello lasso in cima alla tabella. L’ho già vista; si capisco”
Fatto sta che questo genere di comprensione non ci insegna a fare nulla di nuovo.

Un terzo tipo di comprensione ci permette di parlare di determinati argomenti utilizzando termini altisonanti e talvolta addirittura equazioni.
Quanti di voi hanno raggiunto una qualche “ comprensione” di un certo modo di comportarsi che a loro non piace ma questa comprensione non serve loro a comportarsi diversamente?

Questo è un esempio di quello che sto dicendo.
I concetti possono essere utili, ma solo se hanno una base esponenziale e solo se permettono di FARE qualcosa di diverso.
Spesso si può indurre una persona ad accettare consciamente una certa idea, ma è raro che questo la porti a comportarsi diversamente: “ si, si lo so che è sbagliato ma non riesco a fare diversamente”

Se c’è qualcosa di dimostrato oltre ogni dubbio dalla maggior parte delle religioni del mondo è proprio questo.
Prendete per esempio il comandamento “ non uccidere” Non dice: “salvo che”. Eppure i Crociati facevano allegramente a fette i mussulmani, e la maggioranza morale vuole più armi per far fuori un bel po di gente in più tra quelli che non la pensano come noi.

Un giorno durante un corso un partecipante mi pone la domanda: “ una persona di tipo visivo è la stessa cosa del io genitore in analisi transazionale?

Questa domanda mi dice che questa persona sta cercando di costringere il “nuovo concetto” per costringerlo a forza in concetti che già si posseggono.

Se si può far si che qualcosa di nuovo collimi con quello che già si sa, non se ne imparerà nulla, e nulla cambierà del nostro comportamento.
Si avrà solo una piacevole sensazione di comprensione.

L’unico tipo di comprensione che veramente mi attrae e mi interessa e quello che ci permette di FARE.

Adesso leggendo questo articolo potrà capitare che qualcuno provi un pizzico di confusione e questo perché quanto scritto non collima con i propri concetti già acquisiti da lungo tempo.

Moti potranno dire ma non riesco a capire… mi hai fatto venire un sacco di confusione in testa..ecc
Ma cos’è questa confusione?

E’ il segnale inequivocabile che il nostro cervello si sta preparando ad una nuova comprensione.

La confusione è una splendida opportunità di ristrutturare la propria esperienza e e quindi di rompere i pregressi schemi comportamentali per fare qualcosa di nuovo.
E questo vi permette di vedere e sentire il mondo in un modo diverso da quello vecchio e magari problematico o che almeno non vi piaceva.

(testo tratto da Richard Bandler)

Sua Maestà il Cervello!

foto tratta da: www.meteoweb.eu

Il peso è piuttosto variabile, normalmente non supera i 1500 grammi ed ha un volume compreso tra i 1100 e i 1300 cm³, tenendo presente la possibilità di significative variazioni tra individuo e individuo oltre al sesso (il cervello maschile è mediamente più grande di quello femminile) ed ovviamente all’età.

Il cervello è l’organo più importante del sistema nervoso centrale (SNC), presente in tutti gli animali a simmetria bilaterale, compreso ovviamente l’uomo.

A che serve il cervello?
Il cervello controlla tutte le funzioni del nostro corpo; quelle che permettono di restare in vita, poi le attività psichiche, motorie e sensoriali. Molte di queste funzioni sono sotto il controllo della volontà, mentre altre sono del tutto “autonome” (respiro, battito cardiaco, attività digestive ecc.). Nell’essere umano, inoltre, il cervello è la sede di funzioni cosiddette “superiori”, come il pensiero, il linguaggio, l’apprendimento ecc. Le funzioni “volontarie” del cervello si dividono in tre gruppi: quelle motorie (come camminare, deglutire, afferrare), quelle sensitive (cioè legate ai 5 organi di senso) e quelle cognitive (linguistiche, mnemoniche, logiche e di giudizio). Fra tutte le funzioni cognitive quelle più soggette all’invecchiamento sono quelle legate alla memoria.

Testo articolo tratto da:medicinaonline.co